domenica 27 dicembre 2009

La-la-la la-la

Questo Natale ho deciso di non mandare sms di auguri a nessuno. Avrei invece risposto a chi me ne avesse mandati, perché va bene essere di ghiaccio, ma la mia amica Sotis insegna che il bon ton prima di tutto. Mi sembra una cortesia di plastica mandare gli auguri a gente con cui non ci si caga per tutto l’anno e che sotto le feste, all’improvviso, diventa il tuo Cip (se sei Ciop), il tuo Gianni (se sei Pinotto), il tuo Mimì (se sei Cocò), o che diventa il tuo Culo (se sei Camicia).
Così ho risposto a una quindicina di sms, un numero accettabile, direi giusto. La mia risposta standard è stata “Auguriii” o “Auguriiiii”, con tre o cinque “i” a seconda dell’enfasi che volevo metterci (rispettivamente meno e più enfasi) e dello scazzo del momento (rispettivamente più e meno scazzo). “Auguri” con una sola “i” se e solo se seguiti da un appellativo, ad esempio “Auguri tesoro”. A un amico che scriveva “Un abbraccio fraterno per un Natale sereno” ho risposto “Auguri cazzone”, tanto perché non si facesse strane idee troppo fraterne.
Prendiamo appunto i messaggini ricevuti quest’anno, che non stiamo qua ad asciugare gli scogli. Lo so bene che devo essere grato, soprattutto di sti tempi, a chi si ricorda che in questa valle di lacrime ci sono anch’io. Lo so. Però mi lasciano perplesso le catene, tipo: “Poco tempo fa sono passate in tre che volevano il tuo numero [e fin qui pensavo fosse vero, che egocentrico!, NdB], ma io invece di darglielo gli ho detto dove trovarti. Dicono di chiamarsi salute, gioia e felicità. Inoltra questo messaggio bla bla bla, anche a me bla bla, se te ne tornano bla”. Tipo che poi non aderisco ma mi sento in colpa, perché in fondo ci credo e temo di aizzarmi contro la ventura. Tipo che però a mandare un sms così non è che ci si sforzi tanto, basta inoltrarlo. Tipo altri detestabili sms preconfezionati, magari con effetti grafici: “Toc toc! È permesso? Ho 1 consegna da fare: 1 pacco pieno di *auguriii* *Buon Natale* a te e alle persone care! 1 forte Abbraccio”. Ci sono poi gli amici che usualmente intonano l’inno nazionale con rutti e peti, ma per il Natale mandano messaggini come: “La festa più bella dell’anno segni nei vostri cuori pace, amore e serenità. Auguri di Buon Natale e Sereno 2010”. Un’altra amica invece mi ha scritto: “Augurissimi... frizzanti e gioiosi!”: cioè le paroline magiche per farmi trasformare seduta stante in Daria Morgendorffer.
Non chiedo molto. Un sms senza troppi sbrodolamenti, come “Tanti auguri G!” o “Buon Natale a tutti voi!”. Less is more, si dice. Se poi si vuole azzardare e aggiungere qualcosa, bisogna dosare i giusti ingredienti, come nell’sms che una giuria di esperti composta da me ha eletto come migliore dell’anno: “Mio ***, sono sempre tua devota. Buon Natale ovunque tu sia.

giovedì 24 dicembre 2009

La mita, cioè mia mamma per i profani, borbotta da quando sono entrato in casa: ce l’ha con la sua vicina che le ha regalato una merda di lampada ad olio, mentre lei le ha fatto un regalo da ben 12 euro. Dice che l’anno prossimo il regalo glielo compra in un negozio Tutto a un euro.

In effetti i regali sono spesso fonte di seccatura. Difficilmente compro un regalo e dico: “Oh! Questo è fatto apposta per lei!”; più spesso penso: “Senti, se non le piace si attacca”. Difficilmente mi piacciono i regali che ricevo: potrei farci un mercatino con le tazze mai usate, i libri mai letti, le sciarpe e i braccialetti mai messi. Qualcosa riciclo, anche se l’esperta in questa non facile arte è ancora una volta quella mita della mita. La mattina di Natale io scarto e se non spruzzo gioia da tutti i miei dilatati pori, lei mi strappa il regalo dalla mani e propone un riciclo. È molto convincente, con quella sua aria a metà tra lo sdegnato, il complice e il serial killer. A casa mia si festeggia un Natale primitivo, con retrocessione al baratto e alla comunicazione non verbale.

Con amici e parenti, la mita si vanta del fatto che a me non piace mai niente e che “no guarda, lascia stare, è un tipo particolare lui” (detto sbuffando e alzando gli occhi al cielo). Va in giro a dire che sono un tipo particolare, come se le mie chiappe non fossero già abbastanza chiacchierate per conto loro. Però in effetti i soli regali che accetto senza riserve sono quelli dei miei cuginetti, se non altro perché mi fanno sempre morire dal ridere. Lo scorso Natale mio cugino mi ha regalato un salame, per dire.

martedì 22 dicembre 2009

Caro stronzetto di un Babbo Natale,

l’ultima volta che ci siamo visti è stato una ventina di anni fa, quando hai suonato al campanello di mia nonna e mi hai lasciato tanti regali, nessuno dei quali memorabili visto che non me li ricordo. Allora credevo che fossi tu, veramente tu che ti scomodavi e venivi dalla Lapponia apposta per me. Poi scoprì che quello era un Babbo farlocco: un vicino di casa buontempone, anche lui non memorabile visto che non mi ricordo chi fosse (forse il papà della Laura bionda?). Ora però sono cresciuto e so che tu non fai il giro delle case per portare i regali ai bambini buoni. Tu te ne stai lì nella tua baita innevata, insieme alle rennucce e alla tua puttana, la Befana. Non ti scomoderò: quello che vorrei per Natale me lo puoi dare anche da lì e non perdere tempo a controllare nel tuo database: sono stato buono.

Cose materiali non ne voglio, ho tutto ciò che desidero. Non è molto, ma mi basta. Se però volessi proprio proprio regalarmi una cintura borchiata come quella di Carrie o una vasca piena di cioccolata calda, così che mi ci possa immergere con tutta la testa e aprire la bocca, chi sono io per vietartelo? Nessuno, ergo fai pure.

Mi piacerebbe chiederti che riportassi qui una persona che non c’è più, o, meglio, una persona che non vedo più, con gli occhi. Credo che però sia una richiesta impossibile da soddisfare persino per te, caro Babbo Natale, quindi mi tocca aspettare. E sia, però almeno nel frattempo non farmi piangere.

Tu invece potresti senz’altro portare un po’ di amore a Luca, e abbonda: se lo merita. Indica una via a mia mamma, che ha gli occhiali appannati e non la vede. Fa’ che la mia famiglia stia bene: è brava gente. Tieni d’occhio Silvia, che quella è sbadata e non sai mai cosa può combinare; già che ci sei controlla pure le mie amiche, sia quelle di una vita che le casalinghe disperate. A me invece manda un po’ di fiducia nelle persone: ne avevo in abbondanza e pure di prima qualità, ma l’ho persa per strada.

Non fare lo gnorri come gli anni passati, grazie,

Anastasia

lunedì 21 dicembre 2009

Pilules Pink Pour Personnes Pâles # 21

Complimento: dice che gli piacciono i miei occhi a palla.

Io dico che poteva anche sforzarsi di più.

venerdì 18 dicembre 2009

Pilules Pink Pour Personnes Pâles # 20

Amico di Anastasia: “Come va il tuo giro perlustrazione dei locali?”

Anastasia: “Il rastrellamento, vorrai dire.


mercoledì 16 dicembre 2009

La Piscina

Certo che non è facile rimettersi alla pari dopo un’assenza e dopo essermi dedicato al blockbuster I Promessi di Anastasia. Ma se non ce la faccio io, che sono a dir poco fantastico, chi può farcela? Nessuno, direi. E allora dai, Anastasia del mio cuore, conta su.

Per rompere il ghiaccio si potrebbe partire da un fatto minimo, per esempio che da metà ottobre ho smesso di andare in palestra, anche perché mi ero rotto di vedere sempre i soliti cazzoni. Invece ho ricominciato a nuotare, la sera, e conto di diventare figo al massimo fra tre o quattro anni. Al massimo. La mia piscina, che per inciso si chiama così perché tutti ci pisciano dentro, è sempre piuttosto affollata e non proprio pulitissima: diciamo che non mi stupirebbe se mi ritrovassi un tampax in un orecchio. L’acqua poi è talmente densa che mentre nuoti fai contemporaneamente sollevamento pesi: qualcuno parlerebbe di vonciume, io la chiamo ottimizzazione del time budget. Il guadagno sarebbe maggiore se fossi una balena, cosa che assolutamente non sono, e mi potessi nutire di tanto ben di plancton. Mettici pure che a me poi la piscina fa un effetto sturante, nel senso che mi fa proprio scatarrare: quindi trattasi di piscina fornita di plancton e catarro per la gioia di grandi e piccini.

Il momento migliore però sono le docce e lo so che qua mi aspettavate. Sarà che sotto la doccia mi atteggio che manco Veronica del GF, sarà che mi lascio spruzzare il getto in faccia come se stessi ricevendo una calda pioggia dorata, sarà che mi strizzo le poppe e mi insapono proprio dappertuttissimo con un'intransigente perizia certosina, sarà quello che sarà, ma ogni volta noto qualcuno con l’occhio lungo e devo ancora capire come funziona il tutto, che quegli erotomani (loro!) non me la raccontano giusta. Acchiappi però ancora nessuno: la mia virtù è salva e la mia verginità è ancora qui bella impacchettata e infiocchettata.

La piscina che onoro chiude alle 23.30. Non sono mai stato fino a quell’ora, però penso che a un certo punto si spengano le luci e ci si scateni in un intramontabile tutti contro tutti, chiaramente dopo aver espulso o annegato le donne. Le presenze femminili, appunto: mi chiedo se a Milano esista una piscina con obbligo di nudismo per gli uomini e di burkini per le donne. (Ho ffatto la bbattuta, e mo’ ridete!)

mercoledì 2 dicembre 2009

Pilules Pink Pour Personnes Pâles # 19

Stanotte ho sognato che non riuscivo più ad abbottonarmi i pantaloni.

Più che un sogno, era un incubo.

Più che un incubo, era un ricordo.

lunedì 30 novembre 2009

Da piccolo mi sono perso il trend dei fumetti per colpa di quella cattiva maestra della tivvù. La passione per il divertentismo fumettistico è arrivata solo in anni universitari, quando mi sono appassionato ai Peanuts. Quello inventato da Charles Schultz è, con l’eccezione del bracchetto Snoopy e del canarino Woodstock, un mondo parallelo abitato solo da bambini. In quel mondo mi sento a casa: ci sono l’ironia, la tenerezza, la perfidia, il gusto per i jeux de mots e per il non sense che sento così miei.

Il primo colpo di fulmine lo ebbi per Lucy Van Pelt, perfetta antagonista di Charlie Brown: mi identificavo nella sua sicumera, nella volontà di predominio sugli altri come affermazione di sé. Oltraggiosa e fino trasgressiva, matriarca che si impone sui suoi succubi amici, sostenitrice di un'incrollabile fede in sé stessa, Lucy nasconde però insicurezze profonde: a tratti mostra di aver paura della solitudine (penso agli scoramenti che seguono ai dialoghi con lo sfuggente Schroeder) e della propria limitatezza (quando inventa dottrine o si improvvisa psicanalista-imprenditrice).

Ultimamente invece mi sento più vicino a Snoopy, il bracchetto snob con emozioni e pensieri umani. Non a caso Snoopy è il più umorale tra i suoi già sensibili coprotagonisti: può indulgere nelle proprie manie di grandezza (per esempio quando si improvvisa Barone Rosso, o avvocato, medico, scrittore) oppure viceversa a compiaciuti soliloqui autocompassionevoli. In una striscia Snoopy può filosofeggiare lucidamente sul senso della vita, ma nella striscia successiva lo vediamo giocare con un fiocco di neve. Snoopy ha a cuore il buon nome della propria razza ed è talmente vanesio da diventare simpatico. Può elemosinare un segno d’affetto per poi rifiutarlo sdegnoso nel momento in cui gli viene concesso. Se per Charlie Brown la felicità è un cucciolo caldo, Snoopy va oltre. Snoopy sogna un destino diverso, ma è consapevole dei propri limiti: sa accettarsi, sa che in fondo la felicità sta nelle piccole cose, nell’animalità estatica e quasi zen del godersi un biscotto al cioccolato, o un pigro e sonnolento pomeriggio al sole.

domenica 29 novembre 2009

Electric Barbarella

Dopo quasi due anni di assenza, Anastasia è tornata in pista ed ora, visto che non ha sonno e che è disponibile la linea wireless di qualche sprovveduto, lo racconta. A pensarci bene, però, forse l’ultimo sabato in discoteca risale a più di due anni fa: l’ultima volta che ci sono stato (togliendo Barcellona che non conta) era un venerdì al Rolling Stone appunto di due anni fa. Neanche le poche incursioni al Borgo contano: come dice un mio amico, quella non è una discoteca, è un troiaio. Tutto ciò è molto interessante, me ne rendo conto. Comunque stasera sono stato al Barbarella, casa e bottega. Che poi magari un nome meno frocio potevano anche trovarglielo, dico io. Comunque vari flashbacks di tempi lontani, perché tutto cambia ma le cose importanti no: un brufolino sulla guancia che lo stuzzichi e diventa una montagnola (che poi parlo spesso di brufoli, ma non sono brufoloso, diciamolo) e da cui è uscita talmente tanta roba (sono un lord) che alla fine mi sembrava di avere la guancia sgonfiata; poi o prima non sai che metterti e alla fine opti per camicia azzurra e pantaloni kaki che sembri appena sbucato fuori da un tè nel deserto, ma i miei jeans preferiti erano sporchi, altri preferiti hanno - di nuovo - un buco sotto il cavallo (maledetto me e le mie spaccate - tra l’altro sono dei jeans a sigaretta che avevo comprato con la mia cuginetta, tanto spiritosa da chiedermi davanti al commesso se ce l’avevo l’accendino), altri mi fanno il culone e comunque li ho su da due giorni, altri non mi piacevano, altri pantaloni erano ok ma tristi: la morale è che mi sono sentito un po’ fuori luogo, per non dire un grosso coglione, anche se ho pensato che io sono così e devo piacerti così, altrimenti voltati da un’altra parte, anche se questa storia dell’essere se stessi non è che mi abbia portato tutto sto gran bene ultimamente, anzi, e forse sarebbe il caso che incominciassi a fingere così accalappio qualcuno, lo faccio affezionare e poi gli dò il benservito, tanto pare che funzioni così. Il locale: in sé mi sembra carino, la gente pure (range di età medio-alto: direi sui 30-35); oggettivamente molto belli i ragazzi dell’animazione, anche se per i miei gusti sono eccitanti come un bacio lesbo tra la Carrano e la Aquilani; la musica invece faceva cagare (ari-lord): un tunz tunz continuo che per ballarla devi farti o berti. Come dici? Se mi piaceva qualcuno? Diciamo che appena entrato ho visto un ragazzo carino, sui 25-30, con un filo di barbetta e un bel sorriso: mi pareva che mi guardasse sometimes. Poi l’ho rincrociato altre volte, e ammetto di aver cercato il suo sguardo, ma era sfuggevole; cioè qualche sguardicello l’ha dato, ma in quei posti tutti guardano tutti. Evidentemente non apprezzava lo stile tè nel deserto e come dargli torto, non lo apprezzo neanch’io. Di altri carini ce ne erano, però sono sempre stato uno di quegli scemi che se vedono uno e gli piace, allora gli piace quello, punto e basta, gli altri non ci sono. Almeno per quella sera. Quindi, caro ragazzo carino dalla camicia blu, sui 25-30, con un filo di barbetta e un bel sorriso, sappi che sei stato il mio ragazzo della serata. Vedi che culo che hai avuto. Notte e fanculo a tutti (no che non rileggo).

mercoledì 25 novembre 2009

I Promessi di Anastasia (parte V)

Se il lettore non è sprovveduto come Ganìa, avrà capito che Marplese voleva chiedere aiuto a fra Vanitoforo: un bellone diventato frate mocaccino non certo per vocazione (i ragazzi gli piacevano eccome), ma perché aveva perso una sfida di ballo con la Agata Reale. Nonostante Vanitoforo avesse un x-factor molto grosso e ce l’avesse messo tutto, la deforme ballerina lo aveva steso con la sua mossa segreta - anche se segreta non lo era più di tanto, visto che la perfidona era altrimenti nota come “sparaloffie”.

La richiesta di aiuto da parte di Marplese arrivò a fra Vanitoforo via sms, mentre usciva dalla manicure e si incamminava al suo bear boy bar preferito. Letto il messaggio, fra Vanitoforo esitò solo un istante, giusto il tempo per prendere forza immedesimandosi con la sua eroina Roberta Carrano, e deviò quindi strada verso il condominio di don Edgarigo. Lì suonò al citofono, ma niente:
- The lights are on but there’s no one home... tick tick tock, it’s a quarter to two and I’m done... - intonò fra Vanitoforo, intenzionato a cantargliene quattro. Risuonò, e dopo aver appunto cantato altre quattro canzoni, gli rispose una voce tonante:

- Chi osa disturbarmi mentre mi gusto il mio sorbetto Grand Soleil?! - era don Edgarigo, pur biondo ma livido dalla rabbia.

- Se vossignoria volesse concedermi udienza... Si tratta di Ganìa - e proseguì cantando - the young girl with eyes like the desert...

- Ma vai a scopare il mare! Villano e pure stonato! - lo interruppe molto virilmente don Edgarigo, riattaccandogli il citofono in faccia. L’ultima accusa, veritiera eppur così crudele, paralizzò il frate mocaccino, proprio come al tempo della spiritosa mossa segreta di Agata. Al ralenty, si mise le mani nei capelli, salvo accorgersi che non li aveva più, e solo con grande fatica poté infilare qualche passo di fox-trot fino alla catapecchia di Marplese.

Nel frattempo, visto che oramai il Grand Soleil gli era andato di traverso, il bel tenebroso Edgarigo diede ordine ai suoi tirapiedi - cioè, come si ricorderà, al paffuto Byron e alla baffuta Lore!tta - di rapire la svalvolata Ganìa.

Pilules Pink Pour Personnes Pâles # 18

Dicevo a un mio amico che mi capita spesso di avere bruciore alla gola, tosse, perdita della voce, raucedine, fastidi vari alla gola...

Lui: - Si vede che è il tuo organo-target.

Cos’avrà voluto dire?

lunedì 23 novembre 2009

I Promessi di Anastasia (parte IV)

Udito ciò, l’enorme Canarenzo si precipitò verso la sua promessa sposa, la candida Ganìa - ovvero una pinzocchera golosa di panzerotti anche se fan, su Facebook, del menù rustichella dell’autogrill.

I pensieri assassini verso don Edgarigo offuscavano la mente di Canarenzo, ma non al punto da impedirgli di sostare in tutte le paninoteche, le piadinerie e le gelaterie che incontrava per la strada. Quando finalmente, trafelato e ingrassato, arrivò alla catapecchia di Ganìa, le urlò di portare il suo grosso culo al piano di sotto. Mentre il bifolco rompeva qualche piatto e parlava tra sé e sé (don Edgarigo... ah, quel birbone! ah quel casanova! ah quel fascinosone!) accorsero la semplice Ganìa e la sua tracagnotta madre, una donna letteralmente d’altri tempi, una donna che negli anni Ottanta aveva fatto inutilmente da cavia alla dottoressa Tirone, un’amante dei tuberi, insomma... Ganìa scendeva insieme a sua madre Marplese. Vedendo Canarenzo con gli scaldamuscoli arrotolati alle caviglie, Ganìa si rese subito conto della gravità della situazione e cercò di ammorbidire:

- Ma su, cosa vuoi che sia - sospirò come se si fosse appena risvegliata da un coma. - In effetti quel figone di Edgarigo mi aveva mandato cioccolatini, fiori, bigliettini osceni, ma non avevo capito le sue intenzioni birichine.

Marplese diede uno sbuffetto affettuoso a Ganìa e, cuore di mamma, ne minimizzò la svampitaggine. Suggerì quindi di chiedere lumi a un avvocato ingarbugliato della zona, ma Canarenzo la ammutolì con lo spiedino che teneva in mano. Al che quell’impicciona di Marplese ebbe un’altra delle sue brillanti idee: chiedere consiglio ad un fratonzolo loro amico: un uomo fantastico, mitttico, bellissimo e da tutti (?) amatissimo, l’unico uomo al mondo che aveva peli ovunque tranne che in testa.

venerdì 20 novembre 2009

I Promessi di Anastasia (parte III)

Come batteva l’enorme Canarenzo non batteva nessuno, e figuriamoci quel giorno: era talmente pimpante che assomigliava alla Pimpa. Quando don Potondio gli aprì non poté infatti evitare di notare:

- Che mi diano un colpetto se non sei tutto a pois!

- Beh, che c’è di strano? - rispose con nonchalance lo zotico bifolco, mentre si annodava le orecchie ciondolanti dietro la nuca.

- Comunque - proseguì il curato - scordati del matrimonio, non s’ha da fa’. Niet! Retroooo... march!!!

- Ma cosa mi dice mai?! - proruppe la Pimpa... pardon, Canarenzo.

- Smamma, cocca!

Al che i pois di Canarenzo diventarono cazzettini: nessuno infatti aveva mai osato chiamarlo "cocca".

- Ma porca polpetta! Ora mi spieghi!

E don Potondio: - Senti, intanto abbassi il crestino e ti pettini meglio. Poi: lo sai quanti sono gli impedimenti dirimenti? - chiese alla cocca.

Visto che la cocca rimaneva muta come un poisson, il bellissimo don Potondio proseguì e con aria saccente declamò:

- Error, conditio, copulatio, ovulatio, fellatio, eiaculatio...

- Piantala! - lo interruppe Canarenzo - tanto non lo so il turco!

- Comunque il succo è che non s’ha da fa’... Evapora!

Abbindolato dal turcorum di don Potondio, che in effetti di cose turche era un vero esperto, a Canarenzo non restò che salutarlo con un minaccioso: - Ciao... for now!

Il bifolco fece per andarsene, ma con scatto canino - ricordiamo che era pur sempre una pimpa - estrasse una roncola dal taschino: - Non stiamo qua a pettinare la coda del tuo Mini Pony! Sputa il rospo, brutto ranocchio!

La semivergine che stava in Don Potondio le fece cadere pettine e Miny Pony. Così denudato, don Potondio si arrese e cantò come un uccellone degli orribili bravacci e del loro famigerato mandatario: il temibile e strabico don Edgarigo.

mercoledì 18 novembre 2009

Occhèi, lo so che dovrei essere più presente e procedere con il racconto, anche perché l’enorme Canarenzo è ancora lì che batte come un ossesso (ma non gli spiace). È che, ridendo e scherzando, è quasi arrivato domani, che magari per il mondo è un giorno come un altro, ma per me è il più importante dell’anno: diciamo pure il più importante, dopo il mio compleanno s’intende. Quindi incrociate tutto ciò che avete doppio, o multiplo di due, e pensatemi forte.

They heard I was good,

they wanna see if it’s true

lunedì 16 novembre 2009

I Promessi di Anastasia (parte II)

Don Potondio e Giosetua si sopportavano a malapena e battibeccavano in continuazione, per le più svariate ragioni. Molto spesso perché Giosetua si ostinava a comprare l’acqua Uliveto, mentre don Potondio preferiva la femminea Rocchetta; oppure perché Giosetua tappezzava il confessionale con i poster della sua diva Antonella Elia. Pensate che un giorno don Potondio, al culmine dell’esasperazione, giunse persino a graffiare la servaccia, fatto ancora più rimarcabile perché si era appena rifatto la french.

Non stupirà dunque che Giosetua esplose in escandescenze e in flatulenze quando don Potondio le raccontò dell’incontro con i due energumeni ricciocriniti, del loro scellerato diktat e del suo divisamento di sottomettercisivisicisivisici.

- Ma chi si credono di essere, Tina Cipollari?! - sbraitava la sempre compita Giosetua, mentre il povero curato la pregava di non alzare la voce e soprattutto di non nominare il nome della vamp invano. Ma lei continuava imperterrita, come in trans:

- Se lo lasci dire, signor curato, lei non vale un pistacchio!

Don Potondio, che tra parentesi era bellissimo, approfittò dell’obnubilamento gender bender della servaccia e come un gatto infilò le scale. Si chiuse la porta alle spalle, diede un giro di chiave e si mise a letto, con le manine rigorosamente fuori dalle coperte.

Si risvegliò il mattino seguente per il forte battere al piano di sotto. Era l’enorme Canarenzo che veniva a prender concerti per le nozze del secolo.